E TU, SEI CORAGGIOSO?

Mi è stato chiesto se sono una persona coraggiosa.
Non ho saputo rispondere, almeno inizialmente. Non ho avuto un’esistenza molto avventurosa, almeno fino ad oggi.
Poi l’illuminazione.
Sono una persona coraggiosa? Sì, lo sono.
Negli ultimi dieci anni ho messo in discussione gli aspetti più importanti della mia vita.
Il rapporto con i miei genitori, l’amore, il mio percorso lavorativo.
Se pensate che non occorra avere coraggio per mettersi in discussione, significa che non lo avete mai fatto veramente, non nel modo giusto almeno.
Occorre essere lucidi, obiettivi e dare spazio alla verità. E la verità può essere spietata.
Mettersi in discussione è un percorso doloroso. Significa affrontare i propri spettri, togliere la bella confezione nella quale abbiamo infilato le nostre convinzioni e scoprire se sotto alll’involucro, il contenuto si sia mantenuto in buone condizioni oppure sia marcito. Significa alzare il tappeto e respirare la polvere che abbiamo nascosto per anni.
Tutti ci costruiamo una comfort zone: insomma chi li vuole i problemi, non ne abbiamo già abbastanza? Che sia la famiglia, un rapporto di coppia, un’amicizia sbagliata o un lavoro. Restiamo fermi pensando di limitare i danni e intanto stagniamo, nell’egoistica speranza che qualcuno o qualcosa venga a bonificare l’area al posto nostro.
Non vi dirò le classiche frasi di circostanza tipo: “La forza di cambiare dobbiamo trovarla dentro di noi/ volere e potere” ecc… non perché non ci creda ma perché trovo inutile sottolineare l’ovvio.
Ciò che posso dirvi è che arriva un momento in cui lo capiamo che se non usciremo da una determinata situazione, ci creperemo lì dentro. E’ quello il momento in cui si decide se essere coraggiosi o codardi. E’ quello il momento della scelta consapevole. E se è vero che accettare una realtà che non ci piace fa male, è altrettanto vero che la naturale conseguenza di questa presa di coscienza sarà liberarsi per sempre di ciò che ci danneggia, ci rende infelici o semplicemente inetti.
E voi, siete coraggiosi?

FAMO A CAPISSE

Famo a capisse è una frase che amo molto perché in un mondo in cui siamo circondati da parole, post, proclama, diktat e milioni di bla, bla, bla e in cui tutti parlano ma pochi ascoltano, con l’uso di sole tre parole, puoi far passare il seguente messaggio: “Fermati, guardami, sturati le orecchie, ascolta bene ciò che ti sto dicendo ed immagazzinalo perché non te lo ripeterò più.”

FAMO A CAPISSE.
I social esistono ormai da parecchi anni. Internet, Whatsapp, Telegram, Messenger, la geolocalizzazione e ogni altra diavoleria (come direbbe mio nonno) non solo non hanno più segreti ma vengono utilizzati ormai da chiunque per chiunque.
Scriviamo all’avvocato su Whatsapp per chiedere un parere, su Messenger fissiamo appuntamenti con l’estetista, su Facebook chiediamo consulti medici, su Twitter cerchiamo la casa vacanza.
Internet è il nostro burattino e i vari dispositivi sono i fili che, con grande maestria, noi muoviamo, senza regole e senza misura, raggiungendo chiunque e qualunque cosa.
In questo rapidissimo evolversi delle nostre abitudini, tutti quegli atteggiamenti e quei modi di dire e fare, una volta prettamente riservati all’ambito strettamente confidenziale, sono diventati universali, dei passepartout che aprono qualunque porta senza preoccuparsi di concetti come privacy, educazione, rispetto e legalità.

Ma FAMO A CAPISSE.
Il fatto che si possa fare tutto, non significa che si debba fare tutto.
Il fatto che io abbia il numero di cellulare di un professionista, non significa che possa chiamarlo a qualsiasi ora del giorno o durante il week end.
Il fatto che il mio smartphone mi consenta di agganciarmi al Whatsapp del dottore, non significa che io possa chiedere un consulto mandando un messaggio di 78 righe come se scrivessi sul forum di AlFemminile.com.
Il fatto che un social chiamato Facebook ci chiami “amici” nonostante ci si conosca tramite la condivisione di un “Buongiornissimo, kaffèèè?” e una foto profilo, non mi autorizza a scriverti in privato per chiederti che lavoro fai e quanto guadagni.
Il fatto che io decida di inserirmi in una chat della classe o dell’asilo non significa che debba intasare la chat stessa di messaggi polemici lunghi quanto un romanzo breve perché dall’astuccio della mia Domitilla è sparita una gommina dei topi del Parmareggio o per scambiarmi la ricetta del polpettone in ventisette varianti.

La goccia che ha fatto traboccare il mio vaso ormai stracolmo, è stato questo episodio. Oggi ho letto di una mamma che, pensando di fare una cosa utile, ha inviato alla chat dell’asilo una foto della sua bimba per mostrare che aveva avuto una dermatite da contatto. Il suo (nobile) intento era, semplicemente, quello di avvisare i genitori nel caso notassero gli stessi segni sul corpo dei loro bimbi. Queste foto sono uscite dalla chat dei genitori della classe e sono state inoltrate a chiunque. Di chat in chat, sono state diffuse per tutta la scuola creando allarmismo. Senza contare il fastidio di essere fermata per strada da sconosciuti che le chiedevano come stava la bimba dopo aver visto le foto (sigh!). Lei ha reso pubblica la vicenda ed è arrivato l’immancabile commento che diceva così: “Basta non condividere i cazzi propri. Adesso lo hai imparato.”

Allora FAMO A CAPISSE.
Deve essere per forza così?
Siamo sicuri che basti sempre e solo dire: “Lo hai fatto tu, la colpa è tua?”
Il buonsenso ed il rispetto dove li mettiamo?

Siamo per caso animali, pecore, automi che necessitano di essere sgridati, minacciati, puniti, messi in riga altrimenti siamo autorizzati a dire e fare sempre e solo quello che ci pare?

Abbiamo bisogno di una legge che ci dica che siamo dei delinquenti se scriviamo “cagna” sotto alla foto di una ragazza scollata su Facebook?

Abbiamo bisogno di sentirci dire due, tre, quattro volte di non chiamare all’ora di pranzo o cena al cellulare delle persone?

E’ vero, noi siamo responsabili di ciò che diciamo, postiamo, facciamo.
E’ vero, rendere pubblico un pensiero o un’immagine è come mettere una barchetta di carta su un corso d’acqua: una volta lasciata andare, non potremo più controllarla e prevedere quale sarà la sua sorte.
Ma è anche vero che il fatto che si possa fare tutto non significa che si debba fare tutto.
Non è troppo tardi per capirlo.

Famo a capisse.

LA MAMMA, LA DIETOLOGA ASSEGNATA D’UFFICIO

Le nonne si sa, sono fissate con il cibo. Pare che, dalle quantità che ingurgitiamo ogni giorno, dipendano tutti gli equilibri del mondo.
Per loro siamo sempre sciupate. L’unica volta che mia nonna mi disse di vedermi bene fu quando ero incinta e avevo 25 chili in più.
Ora che lei non c’è più, la dietologa che mi è stata assegnata d’ufficio è mia madre, la quale convoglia sull’alimentazione qualunque mio stato psico-fisico.
– Sono stanca.
– E’ perché mangi poco.

– Ho mal di testa.
– Perché mangi poco.

– Ho mal di pancia.
– Mangi poco.

– Mi fa male una caviglia.
– E’ perché mangi poco.
– Scusa ma cosa c’entra con il male alla caviglia?
– Ti nutri poco, sei carente di vitamine e calcio, il calcio serve per rinforzare le ossa perciò se hai le ossa deboli è perché mangi poco.

Il cibo, in una famiglia come la mia in cui mamma adora cucinare, è sempre stato il motore della quotidianità familiare, il nucleo intorno al quale ruotava la nostra esistenza.
Alle otto della domenica mattina, la casa era già un concentrato di odori vari, che cambiavano a seconda della stagione, ad eccezione di uno, immutabile e resistente a qualsiasi variazione climatica: il soffritto.
Ho vissuto tutta la mia adolescenza con un incubo costante che si verificava puntualmente, alle sette della mattina, mentre facevo colazione. Il domandone fatidico: “Cosa vuoi mangiare a pranzo?
Ora voi capite che nella fase adolescenziale, tra il turbinio di ormoni, la musica orrenda sparata nelle orecchie, l’uscita pomeridiana con la Giò, la Baby, la Francy e la Lety e il diario segreto da riempire di stickers e foto di Tom Cruise (era la fase Top Gun), l’ultimo dei miei problemi fosse cosa mangiare a pranzo.
Inutile dire che la mia risposta era sempre la stessa: “Non lo so, quello che c’è!”
Tuttavia, per mia madre, quella risposta era inaccettabile. Il punto è che lei sentiva questa esigenza di variare il menu due volte al giorno e sperava che, con le mie richieste, potessi suggerirle delle idee.
Io. Che a dodici anni conoscevo l’esistenza di quattro tipi di cibo solido: pasta, pane, carne, verdure (e per verdure intendo tutta la roba verde che sta nel reparto orto-frutta) e credevo che si mischiassero tra loro grazie a qualche sorta di rito magico.
Ecco, se io rivolgessi questa domanda ai miei figli e loro mi rispondessero così, sarei la donna più felice del mondo. Io però non glielo domando. In primo luogo perché tra i miei tanti talenti non c’è quello di saper cucinare quindi il mio menù è vario quanto quello della paninoteca di una stazione di servizio. In secondo luogo, mi arriverebbero richieste assurde di hamburger a tre piani più patatine fritte, cotolette fritte fritte, lasagne fritte, trionfo di fritti.
E poi, mi sono ripromessa di non tormentare i miei figli con “Hai mangiato? Cosa vuoi mangiare? Perché mangi poco?” essendo una fervente sostenitrice del detto Bambino che non mangia, ha già mangiato o mangerà. Il cibo non può monopolizzare il dialogo tra madre e figli come accadeva a me.
Quando il mio bambino, come è accaduto oggi, verrà a casa e sentendosi pronto per un dialogo adulto mi chiederà:
“Mamma cos’è il sesso?” io gli risponderò:
“Hai mangiato? Cos’hai mangiato?”.

 

GABRIEL, IL TOY BOY DI SILICONE *

E’ arrivato Gabriel e la vita di molte donne non sarà più la stessa.

Chi è Gabriel? Un ragazzone belloccio, dagli occhi azzurri e dal fisico atletico, che soddisferà le vostre voglie più intime alla modica cifra di cinquemila euro.

Sì, avete letto bene, per cinquemila euro potete portarvi a casa un uomo di nome Gabriel o, più nel dettaglio, un vibratore con un uomo intorno.

No, non sto parlando di un gigolo ma di un sexy toy boy. Letteralmente. (trovate l’articolo ed il video qui).

Gabriel, infatti, è un pupazzo (?), manichino (?), uomo (?) di silicone. Ma non chiamatelo bambola gonfiabile perché potrebbe offendersi. Gabriel è ultra sofisticato: ha una temperatura corporea, i peli, respira e, all’occorrenza, parla.

Ora, prima di gridare allo scandalo e di giudicare le donne che faranno un simile investimento, vorrei invitarvi a riflettere su alcuni punti.

Siete sicure che stare con Gabriel sia così disdicevole?
Insomma, nella quotidianità non viviamo situazioni più disdicevoli?
Tipo quello che dopo essersi rivestito, mentre voi siete ancora sognanti sul letto, ci tiene a precisare che “non state mica insieme e comunque lui si vede anche con altre donne ah ma come mi sembrava di avertelo detto”.
O quell’altro che vi chiede se vi è piaciuto, se siete venute, se è stato bravo.
O ancora quello che, subito dopo il sesso, vi racconta della tizia che si è fatto la settimana prima.

E non venite a dirmi che la donna ha bisogno di accendersi intellettualmente, che ha bisogno della dialettica perché, sì, se volete innamorarvi occorre molto più di un corpo ma, per favore, liberiamoci da questo retaggio culturale, e ormai quasi inesistente, che vuole che la donna non abbia pulsioni sessuali se non legate all’innamoramento. E’ la natura, è l’istinto primitivo, chiamatelo come volete ma ce l’abbiamo anche noi e, d’accordo, siamo ancora molto indietro e, pur essendo nel 2017, non sempre possiamo dichiararlo apertamente senza essere additate come zoccole ma, almeno, ammettiamolo con noi stesse.

Quindi, trovate ancora che sia così disdicevole?

Senza contare che Gabriel non giudica: la panzetta, il buco di cellulite, la tetta moscia.
Per la verità, in quei precisi momenti, neppure l’uomo in carne e ossa lo fa, ma questa è una verità che non riusciamo a comprendere, prese come siamo, dal voler apparire sempre perfette anche in momenti in cui dovremmo lasciarci totalmente andare.
E forse è questo il vero problema di molte donne: l’incapacità di lasciarsi andare.

Allora ben venga Gabriel che potrà aiutare le donne a conoscere meglio se stesse e al quale, se vorranno, potranno finalmente dire spontaneamente: “Sì, mi è piaciuto.”

(*post a contenuto ironico, astenersi perditempo e code di paglia.)

  foto tratta dall’articolo di Blitzquotidiano.it

 

LA RISPOSTA GIUSTA E’ IL MULTICOLORE

E’ successo all’improvviso, in un pomeriggio invernale qualunque, in cucina, con la cena da preparare ed il bambino sul seggiolone che giocava con il Didò. Aveva diversi blocchetti di vari colori e voleva mischiarli tutti insieme. Gli ho detto che non si poteva, che sarebbe venuto un pasticcio e che era meglio giocare separatamente con l’arancione, il blu, il verde ed il rosa. Tutt’al più avrebbe potuto accostarli ma mai mischiarli.
Ho continuato a cucinare ma quando mi sono voltata per dare un’occhiata a mio figlio, ho visto che aveva fatto l’opposto di ciò che gli avevo detto. Aveva preso i vari blocchetti di Didò e li aveva impastati tutti insieme. Un unico blocco multicolore.
Stavo per rimproverarlo. Per un attimo ho provato quasi fastidio per quell’ammasso sovversivo.
Poi ho capito.

Ho capito che aveva ragione lui. Che bisogna smettere di avere degli schemi mentali. Che io dovevo smettere di averne.
Dove stava scritto che i colori dovessero rimanere separati? Chi ci impediva di creare animaletti color arcobaleno ed uscire dallo scontato maialino rosa o dal pesce rosso?
Il piccolino, a soli due anni, mi aveva appena aiutato. Mesi di tormenti e lui, con un gesto apparentemente così semplice, mi aveva dato la soluzione: dovevo uscire dagli schemi che mi ero autoimposta.
A lungo ho pensato che la mia vita dovesse andare avanti così, con ogni colore ordinatamente al suo posto. Perché? Non vi so rispondere. Forse, semplicemente, avevo bisogno di tempo e avevo bisogno che qualcuno mi aprisse gli occhi anche se, lo ammetto, non mi aspettavo che quel qualcuno fosse il mini me.

Non posso sapere come sarà il 2017.

So per certo che mischierò i colori, che non mi accontenterò dei no che arriveranno – quando avrò la fortuna di ricevere una risposta – che studierò e mi rimetterò in gioco.
Forse ci vorrà molto tempo, forse non cambierà assolutamente nulla ma almeno non avrò rimpianti. Potrò dire di non essermi rassegnata a vivere tra file di colori separati perché la rassegnazione non fa parte di me. Anche se dovessi fallire, potrò dire di averci provato, fino all’ultimo.

Ci vuole coraggio, anche per mischiare i colori.

Fatelo anche voi, sempre.

Io intanto vado a scrivere il curriculum.

SONO LA BAMBINA, L’ADOLESCENTE E L’ADULTA. E TU, QUANTE ETA’ HAI?

Avevo quattro anni quando mia madre mi iscrisse a ginnastica artistica. Ricordo ancora che mi diedero un body blu con le maniche ed il colletto a V color carne e mi sembrò bellissimo. Ero la più piccola del corso e al saggio di fine anno, attraversai la sala, in fila indiana, in mezzo a bambine molto più grandi di me e quando fu il mio turno non riuscii a fare la ruota. I genitori risero. Ancora me lo ricordo. Ci rimasi male ma la mamma mi spiegò che sorridevano semplicemente perché ero così piccola che facevo tenerezza.

Avevo dodici anni, stavo giocando una partita di pallavolo e l’allenatore di una polisportiva, colpito dalla mia altezza, mi chiese se volessi allenarmi con la sua squadra, passare con le “grandi” e fare partite vere con la divisa e il logo dello sponsor sulla maglietta. Mi sentii importante, in quel momento, e risposi di sì senza sapere che le “grandi” non mi avrebbero mai accettato, che la mia timidezza non avrebbe intenerito, che la spensieratezza delle partitelle nella vecchia palestra, con i muri scrostati e le bambine gentili e sorridenti, sarebbe stata un lontano ricordo, che l’ansia da prestazione mi avrebbe consumato e ad ogni errore sarei stata massacrata perché acerba.

Avevo quattordici anni quando mi innamorai di un ragazzino di Padova e presi il treno da sola, per la prima volta, di nascosto, raccontando una bugia ai miei genitori. Al ritorno persi il treno, arrivai a casa alle nove e mezza di sera, spaventata, tremante. Trovai i miei davanti alla porta, più spaventati di me (al tempo non c’erano mica i cellulari). Mamma mi diede uno schiaffo. Io non compresi il suo terrore, lei non capì i miei primi tormenti amorosi.

Avevo quindici anni quando mi innamorai del più bello del liceo. Aveva i capelli biondi, gli occhi azzurri e avrebbe potuto fare il modello. Io ero brutta, goffa, con una permanente improbabile e sprizzavo insicurezza da tutti i pori. Nei cinque anni di innamoramento platonico lo vidi passare da una ragazza all’altra: belle, brutte, stupide, secchione ma non scelse mai me, neppure per sbaglio. L’ho rivisto molti anni dopo. Bruttarello, goffo e pure un poco scemo.

Avevo diciotto anni quando presi l’aereo per la prima volta e partii, da sola, per l’altro capo del mondo: Australia, per quasi tre mesi. A Sydney mi aspettavano un cugino e degli zii mai visti e che ancora porto nel cuore. Pensavo che quel viaggio mi avrebbe svoltato la vita: tornai con nove chili in più, un ottimo inglese e le speranze bruciate.

Avevo diciannove anni quando conobbi il dolore del tradimento. Al tempo mi sembrava che la terra si squarciasse sotto ai miei piedi e mi inghiottisse nei suoi abissi.

Avevo ventisette anni quando conobbi il dolore della morte. Un cugino muscoloso e forte ridotto a 30 chili, il respiro affannato, il freddo nelle ossa. E pochi mesi dopo il nonno, il mio gigante buono, chiudeva gli occhi color ghiaccio per sempre.

Avevo trent’anni quando vestita di organza bianca misi piede in chiesa e presi la decisione più saggia della mia vita.

Avevo trentuno anni quando conobbi l’aborto, nel peggiore dei modi, lontano da casa, con una dottoressa poco degna di quel titolo e priva di qualsiasi sensibilità.

Avevo trentadue anni quando presi in braccio per la prima volta Riccardo. Era lungo lungo e magro magro e non riuscivo a smettere di piangere e ridere.

Avevo trentatré anni quando mia nonna se ne andò portandosi via un pezzo del mio cuore.

Avevo trentasette anni quando mi smarrii nel buio. Ho conosciuto il panico, la paura, la solitudine. Ho vomitato dolore e rabbia, ansia e patimento ma sono rinata e, rinascendo, è stato tutto più bello di prima.

Ho quarantuno anni, quasi quarantadue, e dentro di me vive la bimba di quattro anni che sbaglia a fare la ruota, la dodicenne che vuole sentirsi grande, la quattordicenne che è scappata di casa, la quindicenne che si nutre di amori platonici, la diciottenne che ha paura di mangiarsi il mondo, la diciannovenne che scopre i sentimenti veri, la ventenne che incontra la morte, la trentenne che vuole la vita.

Non sono la somma delle età che ho avuto ma un insieme di quelle età. Convivono in me la bambina, l’adolescente e l’adulta.
Convivono in questo susseguirsi di giorni che paiono lenti ma scivolano come acqua tra le dita, e cercano di vivere al meglio delle proprie possibilità.

Ecco perché non smetto di sognare, di evolvermi, di cercare.

Sono irrequieta, lo sono perché non mi arrendo, perché voglio risolvere le cose che ho lasciato in sospeso, perché sono convinta che un filo sottile unisca le vite di ciascuna età e perché voglio che un giorno quella bambina di quattro anni riesca a fare quella cavolo di ruota.

IL PRODOTTO DEL MESE: OCEAN SALT DI LUSH

Struccarsi è una delle attività più seccanti da compiere per una donna, subito dopo fare la ceretta e raccogliere i calzini del compagno sparsi per casa.

Eppure è fondamentale che la pelle sia sempre pulita a maggior ragione se avete quei fastidiosissimi pori dilatati che spesso e malvolentieri si trasformano in punti neri.

Ecco allora che nel vostro armadietto del bagno, accanto allo struccante e ad una buona crema peeling non può mancare lo scrub. Trovarne uno veramente efficace, tuttavia, non è stato facile, almeno per me. Quelli da viso infatti spesso sono troppo leggeri, contenendo molta più crema che granuli. Pertanto, levigare la pelle diventa difficile perché l’ “effetto sabbia” che mi piace e che mi dà l’idea che porti veramente via le cellule morte, è sempre e solo accennato.

Ocean Salt di Lush è stato una rivelazione. E’ una pasta dal profumo di mare, infatti contiene sale marino, ricco di minerali, vodka e lime (per ricordarvi le vostre imbarazzanti e alcoliche serate estive).

L’effetto è sorprendente, la pelle è pulita, liscia e morbidissima. Io lo uso una o due volte la settimana oppure quando ritocco il trucco del viso più volte in una giornata (esatto, sono quella che applica strati su strati se resta truccata dalla mattina alla sera tardi).

Unico accorgimento: se avete la pelle molto sensibile vi consiglio di massaggiare il prodotto con delicatezza.

img_1054image1-4

L’UOMO DELLA VITA, A BOLOGNA, LO TROVI GRAZIE A UN CORSO

Si impara a leggere e a scrivere, si impara a suonare uno strumento musicale, si impara a fare yoga perciò si può anche imparare l’arte della comunicazione tra uomo e donna.
Così la pensa Ivanna Kovalenko, life-coach, esperta in relazioni interpersonali e psicologia comportamentale, autrice e conduttrice di diversi corsi finalizzati al benessere psicofisico organizzati dall’Associazione Bellezza Libera di cui è Presidente.

Ivanna, qual è lo scopo di questi corsi?
Le persone seguono un percorso volto a raggiungere una maggiore consapevolezza di sé, un equilibrio che le renda più sicure di se stesse e di conseguenza più sicure con gli altri. Io le aiuto a tirare fuori il loro potenziale spesso soffocato dai condizionamenti esterni e dalle manipolazioni mentali.
Una volta acquisita questa consapevolezza si riescono a raggiungere risultati prima insperati.

Come si acquisisce maggiore consapevolezza di sè?
Aumentando l’autostima.
L’autostima ha radici profonde, si forma già alla nascita e la sua mancanza va ricercata nella famiglia e nel percorso di vita.
Fin da bambini ci insegnano che è tutto un compromesso: “Se fai il bravo ti do una caramella, se studi ti faccio un regalo” e questi compromessi continuano crescendo, all’università e nel mondo del lavoro. Ci dicono che dobbiamo fare i bravi e ci dicono come dobbiamo farlo. Alla fine si rischia di vivere facendo il possibile per accontentare gli altri e questo va a scapito della nostra personalità e l’unico risultato che otteniamo è quello di annullare il nostro potenziale e avere un’autostima bassissima.

Perché ti sei concentrata sul rapporto uomo – donna?
Perché è quello che mi chiedono le persone. Non è il lavoro, non è il rapporto con gli altri in generale. La maggior parte delle persone, soprattutto donne, che si rivolgono a me chiede una stabilità in campo affettivo o di risolvere la crisi che stanno vivendo con il partner. Il rapporto uomo – donna è davvero in crisi.

Per quale motivo secondo te c’è bisogno di imparare l’arte della comunicazione uomo – donna?
Per migliorare la nostra vita sentimentale. Andiamo avanti a tentativi, sulla base delle esperienze avute e magari il problema per cui le nostre storie continuano a naufragare è dentro di noi. Se non lo risolviamo continueremo a fallire.
Inoltre si tende a costruire i rapporti sulla base di stereotipi sociali. Quegli stereotipi però non vanno bene per tutti perché siamo tutti diversi.

Qual è la maggiore lamentela delle donne?
Si lamentano perché gli uomini non si assumono responsabilità nel rapporto di coppia. Il punto è che di questo tendono sempre ad attribuire all’uomo tutta la colpa mentre io insegno a cambiare punto di vista. Ad assumersi le proprie responsabilità, a capire che la loro vita è frutto delle loro azioni, del loro modo di essere, del loro modo di pensare.
Quando vengono delle ragazze che sono in crisi con il partner inizialmente vorrebbero che lui partecipasse ai corsi ma quando, grazie ai miei insegnamenti, le donne cambiano, mi raccontano che è cambiato anche il partner che di fatto non ha mai partecipato ad una sola lezione.

Qual è il problema più evidente che hai riscontrato e sul quale devi lavorare nel rapporto uomo – donna?
Uscire dallo stereotipo. Donne adulte (l’età delle partecipanti va dai 30 ai 50 anni, ndr) che ancora sono convinte che se non si concedono subito ad un uomo lo perdono. Questa è la più grande manipolazione mentale che l’uomo abbia mai fatto sulla donna e purtroppo è ancora molto radicata. Viviamo in un mondo ancora molto maschilista e la donna per sopravvivere assume atteggiamenti maschili ma così facendo indebolisce l’uomo ma soprattutto gli toglie ogni curiosità. Ai nostri giorni l’uomo non fa alcuna fatica ad avere rapporti occasionali e l’unico modo per far sì che si fermi è stimolare la sua curiosità. Lo sai che l’innamoramento maschile è un fatto ormonale?

Questa non l’avevo mai sentita. Spiegati meglio.
Le fasi ormonali nell’uomo sono tre.
C’è la prima fase che è quella del testosterone, che scatta quando l’uomo incontra una donna. C’è attrazione fisica e il testosterone sale. Se la donna cede, il testosterone dopo il rapporto sessuale scende. Potrà risalire ma un rapporto basato sul testosterone durerà sì e no pochi mesi.
Se invece la donna non cede, quel testosterone si trasformerà in dopamina che è l’ormone della passione. Se la donna cede in questa fase il rapporto magari durerà qualche anno ma sarà destinato comunque a finire.
Se la donna ancora in questa seconda fase non cede, la dopamina si trasformerà in oxitocina che è l’ormone del legame ed è in quella fase che nasce l’amore e la voglia di stabilità.

Quindi è solo una questione di tempo. Insomma se un uomo che ci piace molto ci corteggia possiamo dirgli “Guarda ci risentiamo quando sei nella fase di oxitocina!”
(Ride) Beh praticamente sì! Scherzi a parte, uomini e donne hanno tempi diversi e le donne questo spesso non lo capiscono. Bisogna imparare a rispettare quei tempi. Per farlo e per gestire le varie fasi dell’uomo occorre ovviamente grande consapevolezza di sé e grande autostima, che è quello che voglio insegnare.

***

L’Associazione ha sede in via G. Massarenti n. 258/c. Ogni tre mesi organizza una serata di presentazione, un open day a cui si può partecipare per ottenere maggiori informazioni sui corsi.
Il sito è ancora in costruzione ma trovate tutti i recapiti qui: www.bellezzalibera.com

dsc_3150
Ivanna Kovalenko Presidente dell’Associazione Bellezza Libera

dsc_3185

fullsizerender-2