SICURO CHE TU VO’ FA’ L’AMERICANO?

Sono cresciuta con i film e le serie tv americane e ammetto di subirne  il fascino ma ci sono alcuni aspetti che mi lasciano perplessa e sui quali, sono convinta, anche voi vi sarete posti qualche domanda.

Ecco le principali:

1) PERCHE’ SONO ZOZZI?
In qualunque ambiente siano, qualunque sia il ceto sociale di appartenenza, non solo una volta entrati in casa non si tolgono le scarpe ma con le scarpe si sdraiano sul divano e sul letto. Ma perché? Sono sempre sotto la doccia, questo è accertato, quindi, insomma, all’igiene e alla pulizia ci tengono e allora come fanno a tollerare che le stesse suole che hanno pestato l’inimmaginabile in ogni angolo di strada, possano poi toccare superfici in cui poi poggiano la faccia?

2) PERCHE’ NON CHIUDONO MAI LA PORTA E NON SPENGONO LE LUCI?
Forse hanno sistemi di illuminazione e di allarme che noi ignoriamo oppure le compagnie che forniscono luce elettrica offrono servizi di erogazione a tariffa fissa tipo All You Can Light e non a consumo, altrimenti non si spiega come mai non ci sia nessuno che uscendo di casa chiuda a chiave la porta o spenga la luce. Quante volte vi capita di notarlo? O di notare che rientrano a casa e ci sono già tutte le luci accese.
Per non parlare del fatto che sia i familiari che i vicini di casa entrano nelle abitazioni senza neppure bussare come se fossero al bar.

3) PERCHE’ NON FINISCONO MAI UN PASTO AL RISTORANTE?
Che sia un primo appuntamento (e allora lì posso capire che la tensione possa chiudere lo stomaco) o un pranzo di lavoro, nessuno mangia mai. Al massimo assaggia un boccone. Tu vedi questi bei piatti con dentro mezzo chilo di filetto fumante e intanto questi parlano, parlano che ti verrebbe voglia di urlare “MA MANGIA CHE TI SI STANNO RAFREDDANDO 60 DOLLARI DI BISTECCA!”.
A volte, durante queste cene, capitano momenti di tensione e finisce pure che uno dei due si alzi e se ne vada lasciando quel ben di Dio in tavola. Diciamo che questa è la parte meno realistica in assoluto perché la verità, belli miei, è che so ho un filetto da 60 dollari nel piatto, pure se mi fai girare le scatole, io non mi alzo finché non ho finito…

4) PERCHE’ PAGANO IL CONTO LASCIANDO BANCONOTE A CASO?
Per restare in tema di pranzi e cene al ristorante, un’altra scena tipica è quella che riguarda il pagamento del conto. Al protagonista non è stato portato il conto, non conosce il totale, a volte arriva addirittura a pasto finito eppure, prima di uscire, tira fuori dalla tasca un certo numero di banconote, le butta sul tavolo e va via. E IL RESTO? E se ha fatto il furbo e ha messo meno? Non lo sapremo mai.

5) PERCHE’ QUANDO CONCLUDONO UNA TELEFONATA NON SI SALUTANO MAI?
No, davvero, ma come fa un povero Cristo a sapere se la telefonata è finita se non dici almeno un “ciao”? Non dico di fare come mia nonna con la quale c’era un minuto di conversazione e cinque di “Ciao, Ciao amore mio, Ciao bella, a domani, Ciao, Ciao, Ciao bella sai? Ciao”, ma almeno fammi capire che abbiamo finito. E invece quelli parlano e:
– Tu fai come ho detto.
– Ho capito farò come hai detto.
*click*
Ma click cosa? Ma vi immaginate a parlare con uno di questi? Quello mette giù, fa la doccia, si veste, va al lavoro e voi state ancora lì con il telefono in mano.

6) PERCHE’ PRENDONO APPUNTAMENTI APPROSSIMATIVI?
Le persone normali quando si devono incontrare stabiliscono il giorno, l’ora ed il luogo. Giusto? Sbagliato. Nei film americani tutto questo è superato.
“Ti passo a prendere domani.”
MA PASSI DOVE? DOMANI QUANDO?
VI SIETE APPENA CONOSCIUTI, LAVORI ALLA DIGOS?

7) PERCHE’ LIMONANO APPENA SVEGLI?
Mattina, interno giorno, una coppia si sveglia, si guarda e parte il limone con mezzo metro di lingua.
La mattina. Appena svegli.
Ora io comprendo che, noi “donne normali”, se aprissimo gli occhi e davanti ci trovassimo Chris Hemsworth lo limoneremmo anche se avesse appena appena mangiato l’intestino crudo di un ratto ma in “quella realtà lì” Chris Hemsworth dovrebbe essere “un uomo normale” tipo quello che ci siede accanto sul divano in tenuta Quechua e quella dovrebbe essere una situazione “normale”. Ecco, in una situazione normale il massimo del limone è il bacetto a stampo in apnea come quello che a otto anni dai alla zia baffuta che ti regala la busta a Natale.

8) COME FANNO A DORMIRE SENZA NEPPURE UN’IMPOSTA SOCCHIUSA?
Io se non ho il buio pesto e il silenzio più totale non dormo. Capisco di essere un’eccezione, anche se non rara, ma mi sono sempre chiesta come facciano questi a dormire beati fino alle otto della mattina avendo il letto sotto a un finestrone grande quanto quello di una chiesa senza imposte e senza neppure una tenda davanti. Roba che alle 5 della mattina hanno un raggio di sole largo quanto una piscina olimpionica sulla fronte e invece di stare con gli occhi sgranati e la voglia di morire, russano come bambini.

9) PERCHE’ TROVANO SEMPRE PARCHEGGIO?
Non importa che siano a New York o a Tulsa, in periferia o in pieno centro città, quando raggiungono un posto in auto, parcheggiano esattamente davanti al luogo in cui devono entrare. Non un centimetro più a destra, non un centimetro più sinistra. Esattamente di fronte al portone di ingresso. Solo per questo vorrei andare a vivere negli USA.

10) PERCHE’ GLI AMERICANI, QUANDO ACCOMPAGNANO QUALCUNO ALL’AEROPORTO, OLTRE OVVIAMENTE A PARCHEGGIARE DAVANTI ALL’ENTRATA, SI POSSONO SALUTARE E BACIARE PRATICAMENTE A UN METRO DAL GATE, – CHE E’ TANTO ROMANTICO – MENTRE NOI CI DOBBIAMO DIRE ARRIVEDERCI DAVANTI AL KEBABBARO CHE APPENA STA FUORI DALL’USCITA DELLA TANGENZIALE?

Se conoscete le risposte, non esitate a scrivermi.

CHI PIU’ SPENDE, MENO SPENDE

Tra un post e l’altro (in molti ormai lo saprete) svolgo la professione di avvocato, in particolare nella materia civile.
Specializzarsi è un lusso che difficilmente ci si può permettere ma nella maggior parte dei casi, mi occupo di responsabilità medica e quindi risarcimento dei danni causati da errori od omissioni dei sanitari.

Tra i primi casi che mi capitarono, ricordo una donna che si sottopose ad un’addominoplastica correttiva per migliorare la situazione estetica dell’addome, adiposo e rovinato dalle smagliature. Per risparmiare appena duemila euro anziché andare da un noto chirurgo plastico, preferí rivolgersi ad un chirurgo senza alcuna specializzazione in chirurgia estetica. Il risultato? Si ritrovò una pancia cadente (si afflosciava su se stessa, per intenderci) e non aveva più l’ombelico.

Duemila euro non sono pochi, certo, e immagino che qualcuno abbia storto il naso leggendo la parola “appena” ma dovete considerare che gli interventi di chirurgia estetica hanno dei costi che variano, in media, dai cinque ai dieci mila euro. Se spendere duemila euro in più significa rivolgersi ad un chirurgo plastico di rinomata fama anziché ad un chirurgo senza alcuna specializzazione, beh, probabilmente ne vale la pena.

Chi più spende meno spende, diceva mia nonna. Mai proverbio fu più azzeccato per questo caso. La poverina, infatti, fu costretta a sottoporsi ad un nuovo intervento, questa volta dal chirurgo che inizialmente aveva scartato perché troppo caro. Per fortuna i danni fatti dal primo non erano irreversibili ma quanto le è costato in termini di dolore, tempo, stress – senza contare che alla fine ha pagato ben due interventi! –

Fortunatamente, nonostante il grande ostruzionismo posto in essere dal medico e dalla struttura sanitaria (che si difesero con le unghie e con i denti nonostante il palese esito disastroso del primo intervento), la signora ottenne il risarcimento dei danni.

La morale sta in quel proverbio sopra citato: chi più spende, meno spende.

E’ vero che ci sono molti approfittatori in giro ma mai, come nel caso della chirurgia estetica, bisogna affidarsi a chi promette ottimi risultati a prezzi stracciati.
Informatevi, soprattutto da persone che hanno avuto esperienze dirette, chiedete ogni cosa, fate più di una visita anche solo per sentire più pareri.

I macellai non sono tanti ma ci sono e a farne le spese sarete voi.

CARO GRUPPO WHATSAPP TI ODIO

Tutti affermano di odiare i gruppi Whatsapp eppure tutti ne fanno un gran uso ma, soprattutto, abuso.
Dato che raramente qualcuno si ribella, mi faccio avanti io a costo di inimicarmi amici e parenti fino all’ottavo grado. Mi immolo per voi, che potrete condividere questo post sulle vostre bacheche commentando con un innocuo “ahahah”, sperando che chi ha orecchie per intendere intenda.
Davvero non se ne può più ed è ora che ci diamo qualche regola per rendere questa croce sulle spalle meno gravosa.
Punto primo: se qualcuno fa una domanda NON E’ OBBLIGATORIO rispondere in quindici. Capite anche voi che se uno chiede “A che ora ci si vede?” ricevere decine di notifiche e leggere “Alle 20” “Alle 20” “Alle 20” “Alle 20” e così all’infinito trasforma anche il più mite di noi in Jack Torrance. Vale lo stesso per “ok”, “ahahahah” e i pollicioni all’insù.
Punto secondo: non c’è un modo gentile per dirlo. Tutti i video e le immagini con orsacchiotti, rose, caffè, cappuccini, gattini, pulcini fanno inesorabilmente schifo. Lo so che potrei dire che sono démodé e naif ma vorrei che si capisse chiaramente il concetto perché fanno proprio schifo. I gattini glitterati sarebbero piaciuti a mia nonna, nata nel 1913 e cresciuta con le cartoline, il televisore in bianco e nero e le bomboniere di ceramica.
Punto terzo: whatsapp non è un social. Se volete condividere video e barzellette fatelo su Facebook magari scoprendo, finalmente, che quei video e quelle barzellette ritenute “divertenti” girano sul web già da una decina di anni e fanno ridere quanto l’uomo che entra in un caffè facendo splash. Tra l’altro, ogni volta che inviate video e immagini costringete i nostri telefoni a scaricare dati e a consumare batteria del cellulare, come se avessimo ancora i Nokia 3310.

Punto quarto: le catene di S. Antonio. SIAMO NEL 2018 PER LA MISERIA!
Punto quinto: le spunte blu. Non riguardano propriamente i gruppi ma ce l’ho qua sul gargarozzo e devo dirlo. Il fatto che viviamo in simbiosi con il nostro cellulare non significa che possiamo rispondere nel momento esatto in cui visualizziamo un messaggio. Magari stiamo entrando in doccia oppure stiamo per metterci alla guida. Che la spunta blu sia un timer, attivato il quale abbiamo dai tre ai cinque secondi per rispondere è una pretesa assurda e immotivata che genera solo una cosa: ANSIA. Mollateci.
Punto sei: le bufale. SIAMO NEL 2018 PER LA MISERIA!

Prima di rispondere “Allora perché non abbandoni i gruppi? Nessuno ti obbliga” pensate al perché non lo fate voi. Scommetto che le ragioni sono le stesse.
Ci sono i gruppi del lavoro o della scuola dei figli che tra la foto di un cappuccino e un gattino danzante servono (o meglio, dovrebbero servire) per comunicazioni importanti.
E poi, diciamolo, siamo ormai scafati e consci della grande ipocrisia che c’è dietro la frase “Sei libero di fare ciò che vuoi”. Certo che siamo liberi di fare ciò che vogliamo, peccato che quando lo facciamo inizia il trituramento di maroni, fatto di messaggi privati in cui vogliono farti sapere che quel “Federica ha abbandonato il gruppo” ha creato più incidenti diplomatici delle battute del Principe Filippo. E, in certi casi, è molto meglio ricevere dieci foto di cappuccini cuorati, che un messaggio in cui zio Carmelo mi dice di quanto se l’è presa la cugina Fernanda.

Come sempre, il problema non è il mezzo ma chi lo utilizza. Eppure basterebbe poco. Basterebbe affidarsi al caro, vecchio buon senso.
Vi piace condividere Santa Rita che vi augura il buon giorno? Benissimo. Fatelo privatamente con chi ha i vostri stessi gusti.
Vi piace scrivere ininterrottamente ok, hihihi o inviare sette emoticon per esprimere lo stesso concetto? Benissimo, ma ricordate che ogni vostro invio è un trillo sul display che ci distrae, infastidisce, interrompe da altre attività perciò chiedetevi: è veramente necessario?

E se la risposta è sì, è quella sbagliata.

ITALIANI, POPOLO DI IMPICCIONI

Una suocera lo faceva per vedere se la nuora era ordinata, una conoscente per sapere se l’amica aveva creme e profumi costosi, un vicino per scoprire se in quella casa si usavano psicofarmaci.

Pare che l’abitudine di frugare tra le cose altrui, soprattutto quando ci si chiude nel bagno, sia tutt’altro che rara.

Ho fatto un sondaggio su Twitter ed il 25% (dei 3.699 votanti) ha ammesso di curiosare tra i cassetti e le ante dei mobili del bagno, quando è a casa di altri.

Lo trovate inquietante?

Sappiate che quella percentuale è ben più alta e molti di quelli che hanno risposto no, mentono. Come lo so? Esperienza diretta e indiretta. Negli anni mi è capitato spesso di sentire storie a riguardo e vi garantisco che la maggior parte dei curiosoni è insospettabile. Come lo “stimato” chirurgo che, se trova delle creme cosmetiche di buona qualità, non si fa alcun problema ad utilizzarle o l’amico con il  vizietto nascosto di rubare la biancheria intima femminile dal cesto dei panni sporchi.

Italiani popolo di impiccioni? Direi di sì.

Mi chiedo a che pro. Insomma scoprire che l’amica usa la crema per le emorroidi o si beve qualche goccia di Xanax non credo possa risolvere le giornate di questi soggetti a cui noi, ignari, apriamo la porta delle nostre case. E’ semplice curiosità? La moglie del nostro collega ha la pelle così liscia, magari è merito di qualche crema miracolosa di cui noi ignoriamo l’esistenza. O è banale competizione? I suoi cassetti sono più ordinati? I suoi prodotti più costosi?

Qualunque sia la motivazione, sappiate che d’ora in avanti, prima di avere ospiti, vi conviene ripulire ogni cassetto e antina del bagno e lasciarlo vuoto come quelli in esposizione negli show-room.

In alternativa, una tagliola nascosta nel cassetto sarà un ottimo deterrente.

 

 

MA FICO SARA’ FICO?

C’è stato grande fermento in città all’arrivo di Fico.

Per quei pochi che ancora non sapessero cos’è, si tratta del più grande parco agroalimentare del mondo. Fico è l’acronimo di Fabbrica Italiana Contadina, con due ettari di campi, 40 fabbriche, allevamento di animali, luoghi di ristoro, botteghe, mercati, aule didattiche, teatro, cinema e un centro congressi in grado di ospitare fino a mille persone.

Un progetto ambizioso che mira ad avere oltre sei milioni di visitatori all’anno.

Mi è stata data l’occasione di partecipare ai primissimi eventi organizzati in prossimità dell’apertura. L’anteprima per la stampa e l’inaugurazione vera e propria. Ho quindi visto il parco al massimo del suo splendore e potendo degustare le prelibatezze offerte da ciascun luogo di ristoro presente all’interno.

I prodotti da acquistare sono, senza ombra di dubbio, di alta qualità e, come spesso accade, all’alta qualità si accompagnano prezzi non proprio abbordabili. Diciamo quindi che il supermercato non si presta ad essere un punto di riferimento per la spesa settimanale ma certamente offre prodotti particolari che fanno fare bella figura quando si hanno ospiti a cena o si regalano le ceste natalizie al miglior cliente.

Il parco è di grande impatto, grande nel senso letterale del termine. Un’area immensa, un’architettura non certo avveniristica ma sicuramente originale,    animali che faranno gioire i bambini, cani da tartufo in azione, campi coltivati, laboratori che sfornano biscotti o mozzarelle, il minigolf, una spiaggia con un campo  da beach volley e persino il parrucchiere (assolutamente da provare perché è Oway, ve ne parlai tempo fa qui). C’è anche Cinque, il ristorante di Enrico Bartolini, chef stellato.

Mangiarci non è economico e, considerato che siamo a Bologna, dove la maggior parte delle trattorie regalano esperienze mistiche, l’idea che i bolognesi e i turisti preferiscano Fico ai locali sparsi per la città mi lascia fortemente dubbiosa.

Le critiche, anche feroci, non sono mancate ma la cosa non stupisce dato che il patron di Fico è il tanto chiacchierato Oscar Farinetti. Non entrerò nel merito delle stesse, non ne ho le competenze. Mi limiterò a dire che, nonostante le tante perplessità, da bolognese, faccio il tifo per Fico.

I turisti, non solo stranieri, sono in aumento e l’interesse verso quella che una volta era solo una piccola città di passaggio, sta crescendo in maniera esponenziale. Il parco dovrà essere in grado di rappresentare quel quid che lo porti ad essere inserito nel programma di visita del turista. Se Fico sarà in grado di stuzzicare in maniera continuativa la curiosità dei visitatori e  di offrire sempre qualcosa di innovativo, ci sono buone possibilità che sopravviva.

SIAMO TORNATI!

Dopo una lunga pausa  siamo tornati.

Sì, io e il nostro gigante, il Signor Nettuno.

Una coincidenza? Non credo.

Vorrei dire che anche io, come lui, sono stata via per motivi di restauro ma mentirei.

Lui è decisamente più in forma – confesso che anche a me servirebbero cinquecento giorni di vacanza, quanto mi farebbero bene! – ma io ho fatto e ho visto più cose e ve le racconterò.

 

 

QUANDO MI DISSERO: VOLA BASSO

Parlo raramente del mio lavoro anche perché il diritto civile non offre storie degne di nota soprattutto quando ci si occupa di recupero crediti o contratti. Diverso è il caso della responsabilità contrattuale ed extracontrattuale, un campo che ho sempre seguito con maggiore attenzione e passione.

Si tratta di una buona fetta del diritto civile che va dalla tutela del consumatore (una vacanza rovinata, l’acquisto di un veicolo usato, problemi con la telefonia), alla responsabilità professionale medica (un intervento chirurgico mal eseguito), alla richiesta di risarcimento dei danni subiti a causa di un allagamento provocato dal vicino del piano di sopra.

Oggi vi voglio raccontare di un mio piccolo, grande successo al quale credevo solo io. Oddio, in realtà ci credeva anche il cliente ma la maggior parte dei clienti crede di aver ragione anche quando è nel torto, quindi fa più scena se vi dico che ci credevo solo io.

La storia è molto semplice. La cliente ha un’agenzia di viaggi. Un giorno decide di passare ad altro operatore telefonico perché più conveniente ma qualcosa non va e le cinque linee telefoniche non funzionano. In pratica solo una linea è funzionante e quando quella è occupata (praticamente sempre), l’agenzia risulta irreperibile. Tutti i reclami al servizio clienti finiscono nel nulla. Passano le settimane, la titolare è disperata, i clienti le scrivono email inviperite in cui le danno della poco seria, della buffona e dichiarano di rivolgersi ad altra agenzia. Insomma un disastro.

La titolare viene quindi da me. Promuovo immediatamente un ricorso d’urgenza per chiedere la disattivazione delle linee. Passano un paio di mesi (il termine “urgenza” è relativo soprattutto in tribunale), otteniamo la disattivazione e la cliente può finalmente rivolgersi ad un altro gestore telefonico. Intanto però è rimasta sei mesi senza telefono e i danni sia economici che all’immagine professionale sono evidenti.

La cliente è disponibile ad accettare una somma “simbolica” di poche migliaia di euro pur di chiudere la vicenda ma la compagnia telefonica rifiuta categoricamente (pure in maniera sgarbata e arrogante). La causa civile è, a quel punto, inevitabile.

Passa qualche anno – le cause in tribunale durano in media dai tre a cinque anni -. Come spesso accade, col tempo la rabbia del cliente si trasforma in frustrazione ed iniziano le consuete domande: “Ma quanto ci vuole? / Forse dovevo chiedere meno / E se perdiamo?”. A questo si aggiunga che la cliente nel frattempo si fidanza con un collega, il quale (poco correttamente) manifesta grosse perplessità sulla causa e sulle mie richieste mettendomi, inevitabilmente, in cattiva luce. Insomma il messaggio che passa è che sì, abbiamo ragione, ma cosa ci aspettiamo? Anni di causa e se ci riconoscono quattro, cinquemila euro ci dobbiamo baciare i gomiti. Vale la pena investire tempo e denaro per una somma del genere?

Io rispondo: sì.

Arriva la sentenza. La compagnia telefonica è responsabile e deve risarcire il danno. Il danno da risarcire ammonta a 100.000,00 euro oltre spese legali.

Sì avete letto bene: centomila euro.

Io ho dovuto leggere quella cifra parecchie volte, ve lo confesso. Con tutti quegli zero e le mani che tremavano non è stato facile.

E’ stata la prima volta che anziché chiamare il cliente al telefono, ci sono andata di persona, sventolando la sentenza come si fa con le bandiere.
Poco professionale, lo so, ma in fondo la professionalità l’avevo già dimostrata sul campo.

SOCIETA’ DI NETWORKING: UN NUOVO MODO PER FARE BUSINESS

Dopo mesi in cui ho rimuginato, mi sono documentata, ho studiato e valutato aspetti positivi e negativi, ho deciso di aderire ad un progetto volto al networking e incentrato sul marketing referenziale.

Sono entrata quindi a far parte di BNI un’organizzazione a livello mondiale che si occupa unicamente di creare gruppi composti da professionisti, imprenditori e artigiani del medesimo territorio con lo scopo di aumentare il giro di affari e la qualità del lavoro attraverso lo scambio libero, etico e gratuito di referenze. In ogni gruppo di lavoro c’è solo collaborazione e non concorrenza in quanto vige una regola, fondamentale, ed è che ciascun membro sia l’UNICO rappresentante della sua categoria.
I gruppi sono davvero variegati: c’è il notaio, il carrozziere, il commercialista, la parrucchiera, l’avvocato, l’assicuratore, l’idraulico ecc…  

Tutti questi professionisti si incontrano, si conoscono, stringono relazioni. E’ un ritorno all’antico, a quando le persone si incontravano al mercato stringevano mani e concludeva uno affari. 

La prima volta che me ne hanno parlato, ho subito pensato a quei “giochini piramidali” (vi ricordate l’aeroplanino?) o  multilevel o a relazioni obbligatorie in cui a chi presenta chi spettano “premi”, “regalie”, “provvigioni”. Niente di tutto questo. Non avrei mai aderito.

E’ tutto assolutamente libero. Se un membro del gruppo o un suo conoscente si rivolge a me verrà trattato esattamente come il cliente che viene “da fuori”. Io non ho nessun obbligo nei suoi confronti né di chi mi ha mandato il cliente.

Lo trovo un modo molto intelligente di fare affari. Io che lavoro esclusivamente con il passaparola, ogni mattina mi sveglio e devo sperare che un mio cliente o ex cliente parli bene di me e che mi mandi clienti nuovi. E’ così che mi arrivano le pratiche, da sempre.
Il punto è che questo meccanismo, assolutamente casuale, è lento e per nulla costante.
Questo meccanismo, dentro il gruppo di lavoro, è invece STRUTTURATO e stimolato OGNI SETTIMANA perché ogni settimana io mi interfaccio con un gruppo di professionisti, artigiani e imprenditori che mi conoscono, sanno come lavoro, sanno a quali clienti mi rivolgo e possono presentarmi con i dovuti modi ai loro contatti. E voi sapete meglio di me che un contatto a cui veniamo presentati in un certo modo, più facilmente si trasformerà in un cliente.

 

 

Chubby Plump & Shine il nuovo Gloss di Clinique

Che cosa vogliamo noi donne?

TUTTO. Di qualsiasi cosa, ovviamente!

E in fatto di bellezza? Risposta facile: ci accontentiamo di una pelle stupenda, di capelli morbidi e setosi, di ciglia a ventaglio che spostino l’aria ad ogni battito e di labbra perfette, ossia idratate e voluminose.

A questo ultimo desiderio ha pensato Clinique che nella sua linea Chubby  ha inserito il gloss Chubby Plump & Shine (CIABBI PLAMP END SCIAIN – per mia madre).

Il Gloss, in una vasta gamma di colori, dona volume, luminosità, idratazione ed è molto resistente (qualità non sempre presente nei gloss). Inoltre dona una sensazione di freschezza o, per dirla in termini tecnici, frizza sulle labbra! 

La forma “a matitone”, poi, consente un’applicazione rapida anche senza necessità di specchio. Sempre per la linea Chubby, tra l’altro, Clinique ha fatto anche il fondotinta, il fard ed il mascara. Tutti dalla semplice e veloce applicazione. E’ quindi pensato per noi che riusciamo a truccarci in tutti i luoghi e tutti i laghi (sia esso la macchina, il corridoio dell’ufficio o la pensilina mentre corriamo per raggiungere il 20)

Personalmente amo i gloss dai toni naturali, perciò ho optato per il colore Jumbo Jem n. 6 ma c’era davvero l’imbarazzo della scelta.

Se vi piacciono i prodotti Clinique (come potrebbero non piacervi?) sappiate che sono in possesso di alcuni buoni che vi danno diritto ad uno sconto di 10 euro su una spesa minima di 30 € (ovviamente dei prodotti Clinique). I buoni sono validi fino al 13 maggio e sono spendibili presso la Profumeria Piselli di San Lazzaro di Savena (BO) via Jussi 8/a.

Se vi interessano, vi basterà scrivermi una e-mail: sarò lieta di regalarvi un buono, lasciandolo in una busta con il vostro nome direttamente nella Profumeria Piselli di Via Jussi 8/a a San Lazzaro.

Però affrettatevi! Primo perché i buoni sono pochi e secondo perché il 13 maggio è vicino!

La nuova linea Chubby Plump & Shine

 

Con l’esperta Clinique
I buoni acquisto in omaggio per voi!

 

 

IL PRODOTTO DEL MESE: OWAY E L’ESPERIENZA MULTISENSORIALE

La mia ricerca volta a trovare i migliori prodotti per i capelli, questo mese, mi ha portato ad Oway, un’azienda che ha fatto della green chemestry il suo punto di forza.
Prima di parlarvi dei prodotti che ho provato, mi piacerebbe raccontarvi di come nascono, perché non tutti (e mi ci metto anche io) leggiamo o sappiamo leggere le etichette, ignorando quanto sia importante puntare il più possibile su ingredienti di origine naturale.
In media noi donne applichiamo sulla nostra pelle più di 200 sostanze chimiche e circa il 60% di queste sostanze viene assorbito dal nostro corpo. Inquietante eh?
Tutti i prodotti Oway sono composti da un minino di 98,8% di principi attivi, oli essenziali ed emollienti di derivazione naturale, biologica, biodinamica ed etica. Per chi ancora non lo sapesse gli ingredienti biodinamici sono i più puri, concentrati ed efficaci in quanto provengono da coltivazioni in cui non sono stati usati pesticidi, insetticidi e fertilizzanti sintetici.
Ho quindi provato alcuni dei loro prodotti e l’ho fatto nel migliore dei modi: attraverso la Oway Head SPA.
Lo sapete che anche per i capelli esistono percorsi SPA? Ebbene sì e posso garantirvi che sono assolutamente da provare (e riprovare e riprovare…).
Per questa esperienza, per me totalmente nuova, sono stata al Chimica Zero Loft (in via Fratelli Rosselli 8 ab – sul sito trovate tutti i trattamenti, anche estetici, e i prezzi), un luogo dall’atmosfera Nord Europea, suddiviso in diversi ambienti, sia ampi che piccoli e riservati, ciascuno dedicato ad un’attività diversa, per vivere una vera e propria esperienza multisensoriale personalizzata.
Il mio percorso è iniziato con un piacevolissimo e rilassante massaggio di benvenuto (welcome cerimony) alla testa, al collo e alle braccia, secondo una sequenza precisa, con un olio essenziale al bergamotto (Bergamot Essential).
Successivamente, mi è stata fatta la diagnosi del cuoio capelluto e dello stelo del capello grazie all’utilizzo della tricocamera. Oltre ad esaminare lo stato di salute della mia testa (che se proprio volete saperlo era ottimo – scusate il momento autocelebrativo), l’analisi è fondamentale per personalizzare il trattamento, utilizzando i prodotti più adatti al proprio capello.
Successivamente, mi è stata fatta una doppia maschera. Sulla cute una maschera all’argilla e salvia, mentre sulle lunghezze una maschera formata dalla combinazione di due prodotti: il Glamorous Balm (un burro con mirto, olio di bergamotto e melone del Kalahari) e l’Alluring Oil (alloro, olio di mandorla e melone del Kalahari). Il profumo assolutamente puro e naturale degli ingredienti ve lo lascio immaginare.
Dopo essere stata in posa per una ventina di minuti sotto al calore di una lampada ad irradiazione di infrarossi, mi sono trasferita al lavello per il lavaggio e qui è avvenuta l’altra piacevole sorpresa.
Per sciacquare e lavare i capelli c’è una stanza apposita, intima e riservata, in cui c’è un solo lavello e, anziché la classica poltrona, una chaise longue massaggiante. Il lavaggio è avvenuto con altri due prodotti Oway: Moisturazing Hair Bath (con salvia, eufrasia, teak e mahogany) e la Moisturazing Hair Mask (con nocciole, miele, murumuru e olio di macadamia). Un toccasana per i capelli ma anche per il mio olfatto!

Per la fase finale di asciugatura e piega, mi sono trasferita in un’altra saletta, sempre riservata, nella quale la talentuosa Sabrina mi ha fatto una piega a dir poco perfetta (e voi sapete quanto io sia maniacale quando si tratta di piega!). Successivamente, sul capello asciutto, mi è stato applicato il Glossy Nectar, un olio ristrutturante per lucidare, nutrire e ristrutturare i capelli.

Sono rimasta realmente colpita da Oway. Non solo per la scelta di utilizzare prodotti biodinamici ed etici e all’attenzione per l’ambiente – assolutamente doverosa di questi tempi – ma per l’altissima qualità ottenuta dall’utilizzo di ingredienti puri e naturali. I miei capelli erano leggeri, delicatamente profumati, lucidi e super idratati.

Ovviamente non potevo uscire a mani vuote e con la scusa di continuare il mio percorso di benessere dedicato a corpo e capelli, ho acquistato alcuni dei prodotti utilizzati durante il trattamento, più il Detox Body Bath, un gel doccia detossinante e anti-aridità per il corpo.
Il packaging Oway è davvero raffinato e, ovviamente, riciclabile al 100% essendo solo in vetro trasparente o alluminio.

Se volete acquistare i prodotti Oway rivolgetevi a Betrix (per le zone di Bologna, Modena, Ferrara, Imola, Firenze, Massa, Lucca, Prato e Pistoia); per tutte le info potete andare sul loro sito, sulla loro Pagina Facebook oppure chiamare lo 051 572258. Per tutte le altre zone d’Italia, potete invece scrivere direttamente alla Oway alla sezione “Contatti”.

Qui sotto trovate le foto che documentano passo dopo passo la mia Oway Head SPA

Massaggio Welcome Cerimony con Bergamot Essential Oway
Olio Bergamot Essential Oway
Welcome cerimony (massaggio che comprende testa, collo e braccia)

 

Tricho-Analyzer (esame del capello con tricocamera)

 

Maschera all’argilla e salvia

 

Dettaglio della maschera preparata al momento con argilla e salvia

 

Alluring Oil e Glamorous Balm Oway

 

Maschere in posa sotto la lampada ad irradiazione di infrarossi
Al lavello con Moisturazing Hair Bath e Moisturazing Hair Mask
Un dettaglio di uno degli spazi di ChimicaZero Loft
Oway
Con Francesca Ventura (al centro), responsabile di ChimicaZero Loft e Sabrina, che mi ha accompagnato in tutto il percorso HEAD SPA
I miei acquisti

 

 

 

Effetto OWAY HEAD SPA