IL RACCONTO DEL MESE: SE FOSSE UN FILM

Se fossi in un film, in questo momento la stazione sarebbe semivuota, la nebbia avvolgerebbe ogni cosa e nel silenzio della notte potrei sentire il suo passo veloce che mi cerca tra i binari.
Perché se devi dirti addio in una stazione, la scenografia è importante.
Invece è tutto sbagliato, ordinario. Ecco perché lui non verrà mai. Perché la vita non è un film. La stazione è affollata, puzza di ferro e piscio ed io non ho l’aspetto della femmina che lascerà un segno indelebile nella vita di un uomo. Se fossi in un film, indosserei un lungo trench, grossi occhiali da sole neri e guanti di pelle, così se lui mi dicesse “Non ti dimenticherò mai”, io potrei accennare un leggero sorriso con l’angolo destro della bocca come a dire “Lo so”, accarezzargli delicatamente una guancia e poi salire leggera sul treno dissolvendomi nel buio come un’elegante creatura eterea.
Un rumore molesto mi distrae dai miei pensieri. Guardo in basso. Un bambino sovrappeso mi fissa masticando delle patatine. Vorrei ricordargli che è bene seguire una sana alimentazione sin da piccoli ma vengo travolta da un signore che mi passa il suo enorme trolley su un piede senza neppure voltarsi per chiedere scusa.
– Senta lei, torni indietro, le dò una bella notizia, ho un altro piede se vuole favorire!
Una barbona, sentendomi urlare si avvicina. Fossimo in un film sarebbe una graziosa vecchietta, con la faccia sporca ma coi fiori freschi infilati nel cappello. Mi direbbe che mi si legge negli occhi quanto io sia innamorata e mi augurerebbe tanta felicità. Mi intenerisco, le sorrido. Mi parla:
– Non fissarmi, brutta puttana!
Non verrà, me lo sento. Perché dovrebbe, poi? Siamo stati insieme solo cinque giorni. Travolgenti, intensi ma pur sempre cinque giorni. E’ stato talmente bello che non lo racconterò a nessuno, neppure alla mia più cara amica. Non sarei in grado di spiegare ciò che è successo, correrei il rischio di sminuire o ancora peggio ridicolizzare questa storia.
Guardo l’orologio. Mancano trenta minuti alla partenza del treno e lui non si vede. Mi aveva avvisata che gli sarebbe stato impossibile venire a salutarmi, aveva un impegno di lavoro dall’altra parte della città proprio a quest’ora. Comincio a pensare che fosse una scusa. Ma forse è meglio che non venga. Mi piace l’idea che l’ultimo ricordo di noi sia legato a ieri sera, a quel bacio davanti alla porta della camera dell’hotel. Io avvolta nelle lenzuola come fosse un vaporoso abito da sera, lui con la giacca tra le mani e i capelli scarmigliati.
– Allora cia…-
– No senti – l’ho interrotto io – Niente promesse, niente “allora ti chiamo”, niente “magari ci si vede per un week-end”. Stiamo a 800 chilometri di distanza, non può funzionare, non ci rivedremo più, non voglio essere una di quelle che guarda ogni minuto il cellulare in attesa di un messaggio che non arriverà mai. –
Lui ha sorriso. Dovreste vedere quanto è bello quando sorride. Ha fatto cadere la giacca a terra e mi ha stretta forte. – Parli troppo – mi ha detto e mi ha baciata.
Se fossimo in un film ora sentirei due mani che mi coprono gli occhi e partirebbe una melodia di archi. Qualcuno mi afferra il braccio, il cuore mi balza in gola.
– Scusi signorina è questo il treno per Napoli che parte alle 15.45?-
– Non lo so, mi dispiace.-
– Non sa se è per Napoli o non sa se parte alle 15.45? –
– Non lo so e basta. – dico buttando fuori l’aria.
La signora mi guarda perplessa. Sta per aprire la bocca ma a quel punto io sollevo il sopracciglio destro e la immobilizzo come una mangusta di fronte al serpente a sonagli. Lei fiuta il pericolo e, incredibilmente, capisce che deve levarsi dalle palle. Sposta lentamente lo sguardo verso il display luminoso, individua il suo treno per Napoli, fa un passo indietro, si volta e scappa via.
Intanto mancano quindici minuti alla partenza. Ma sì, è meglio che non venga. E poi cosa potrei mai dirgli? No, non gli direi niente. Vorrei solo baciarlo. Quanto pagherei per baciarlo ancora una volta.
Le mentine! Non posso farmi cogliere impreparata. Se fossimo in un film non me ne preoccuperei. Nei film limonano la mattina appena svegli come se non avessero l’olfatto. Come se non sapessero che appena svegli, con una sola alitata si potrebbe far appassire una foresta. Cerco nella borsa. Non le trovo. Mi piglia la smania. Non capirò mai perché nelle borse non si trova nulla al primo colpo. E’ come se la borsa captasse le nostre vibrazioni, come se sentisse quando abbiamo fretta e ci nascondesse le cose apposta. “Chiavi di casa, presto, sta venendo a prendervi! Andate ad infilarvi sotto la fodera del taschino. Sta piovendo e siamo davanti al portone, impazzirà!” così me la immagino la vita lì dentro. Intanto estraggo un paio di calze, il portafoglio, l’agenda, gli occhiali da sole e delle M&M’s del 1991 ma delle mentine non c’è traccia.
Mancano dieci minuti alla partenza. Lui non verrà.
Si fottano le mentine, si fottano gli addii, le stazioni, le storie che chiami amore e invece sono solo scopate, si fottano i sorrisi e i baci che ci siamo scambiati, si fottano i suoi respiri sul collo, il suo braccio sulla mia spalla, si fotta la mia fissazione per i film, per la scenografia perfetta, la battuta perfetta, il momento perfetto.
La vita non è un film, non verrà a salutarmi perché di me non gli importa nulla. Poco male, tra qualche mese lo dimenticherò, lui probabilmente lo ha già fatto. Non c’è la nebbia, non ci sono gli archi che suonano, non ho il trench e gli occhiali da sole scuri, non sono la femmina che lascia un segno indelebile nella vita di un uomo.
Rimetto tutto dentro la borsa, la delusione brucia nella gola, una signora all’altoparlante annuncia il mio treno, dice che fra cinque minuti partirà. Stronza. Mi pare di vederla, mentre spegne il microfono e rivolgendosi alla collega dice divertita: – Ma quella davvero pensava che lui sarebbe andato a salutarla? Hi hi hi. – Le stronze ridono tutte con l’ hi hi hi.
La vita non è un film ma ora, sì proprio ora, lo vedo tra la folla. Urla il mio nome, si fa largo tra la gente, correndo.
Appare lui, scompare tutto il resto.
(Federica Caladea, 23 ottobre 2016)
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MISSBAKE: SAPORI D’AMERICA, FRANCIA E INGHILTERRA IN UN SOLO LOCALE

A dispetto dei pochissimi metri quadri in cui si sviluppa, MissBake contiene un mondo di delizie difficili da descrivere in un solo post.

Intanto come MissBake, a Bologna, c’è solo MissBake. Unico nel suo genere, diventa difficile anche solo definirlo: è un caffè? Un bistrot? Una pasticceria?

Direi un po’ tutte queste cose insieme. E’ un luogo che strizza l’occhio all’America, alla Gran Bretagna e alla Francia.

Un luogo in cui puoi sorseggiare (finalmente) un ottimo caffè americano – l’espresso non esiste – tea, tisane, cioccolata calda o centrifugati e scegliere tra una varietà per nulla scontata di torte, biscotti e cheesecake.

Ed è qui la prima novità: tutte le torte sono lì per essere fatte a fette e mangiate, sul posto oppure a casa o in ufficio. MissBake infatti è sostanzialmente un take away.
Non siete golosi di dolci? MissBake vi tenta con ricotte cunzate, omelettes, gallettes bretonnes di grano saraceno, soccà nizzarde con farina di ceci, tagliatelle o fagottini di crepes, pancakes salate e zuppe per una pausa pranzo diversa dal solito.

Una piccola chicca: il brunch del sabato in perfetto stile americano.

A ciò aggiungete che le proprietarie, Carlotta e Stefania, sono gentili e accoglienti esattamente come il loro piccolo instagrammabile locale nel quale prima ancora di assaporare le loro creazioni si assapora la passione di chi ama il proprio lavoro.

MissBake è in via Marsili 1/c, nel pieno centro di Bologna, a pochi passi da via Farini e dal mio ufficio perciò è facile che a metà mattina mi vediate uscire da lì con la mia dose quotidiana di caffè americano o con una box ripiena di coccole.

Se amate i preliminari, gustatevi il loro profilo Instagram: MissBake

 

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SE AL POSTO DEI PIEDI AVESSI LE RUOTE SARESTI MENO BELLA?

La risposta è no.
Donna e bellezza sono da sempre un binomio che suscita grandi dibattiti a causa dei canoni estetici imposti dalla moda. La bellezza tuttavia non risiede né nella perfezione né in canoni estetici imposti.
Ce lo conferma l’evento internazionale Modelle & Rotelle organizzata da Fondazione Vertical per sostenere la ricerca sulle lesioni midollari che andrà in scena domani 3 ottobre 2016 presso l’Unicredit Pavillon in Piazza Gae Aulenti, patrocinato dalla Camera Nazionale della Moda Italiana e dal Comune di Milano. Una manifestazione che ha ricevuto la medaglia da parte del Presidente della Repubblica per l’alto valore sociale.
In un mondo apparentemente impenetrabile come quello della Moda ecco quindi che irrompe Fondazione Vertical lanciando una sfida che vuole da un lato aiutare le donne con situazioni motorie limitate a ritrovare la propria femminilità e a nutrire l’autostima spesso minata dalla disabilità e, dall’altra, sensibilizzare sull’importanza di sostenere la ricerca scientifica.
La disabilità viene esibita ed esibendola scompare, ecco perché l’evento Modelle & Rotelle è lodevole. Niente pietismi e ipocrisie.
Solo bellezza, quella autentica.
All’evento parteciperanno personaggi di spicco del mondo dello spettacolo e dello sport nonché protagonisti dell’Alta Moda italiana. Dell’iniziativa sentirete inoltre parlare nei prossimi giorni sia sui giornali che alla tv.
Avrei dovuto esserci anche io ma purtroppo degli impegni di lavoro me lo hanno impedito.
Sarò comunque lì con il pensiero e soprattutto con il cuore, accanto a tutti coloro che si sono adoperati per mesi e mesi affinché l’evento prendesse forma facendo un lavoro immenso e accanto a chi crede fortemente in questo progetto, a partire dal fondatore e Presidente dell’organizzazione, Fabrizio Bartoccioni.

Per saperne di più:
http://www.modellerotelle.it
http://www.fondazionevertical.org
https://www.youtube.com/watch?v=UgMqVT6gxDc

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La vita secondo Ricky

Avevo promesso a Riccardo che avremmo fatto una cosa speciale. Fortunatamente non gli ho detto cosa perché temevo l’imprevisto che, ovviamente, si è verificato e ha fatto saltare la mia sorpresa (a questo punto solo rimandata).

Così abbiamo ripiegato sul centro commerciale dove dovevamo acquistare del materiale scolastico e davanti a un caffè (il mio, lui è già agitato di suo), tra un commento sulla scuola e uno sul karatè, siamo finiti a parlare della vita.
Queste le perle dall’alto dei suoi nove anni.

  • Il mondo degli adulti
    Deve essere bello essere grandi, puoi fare quello che ti pare. L’unica cosa che non capisco è perché parte dei soldi guadagnati con il lavoro non vengano usati per aiutare chi i soldi non ce li ha. Se tutti facessimo così non ci sarebbero più i poveri.
  • L’amore
    E’ la cosa più importante che esista, senza amore si è soli e la solitudine è triste. E poi senza l’amore non ci sarebbero i bambini e i bambini rendono allegro il mondo.
  • L’omosessualità
    Io non capisco una cosa. Si dice sempre che bisogna volersi bene e non farsi la guerra. E allora perché alcune persone non vogliono che ci si voglia bene? Cosa importa se vogliono bene a persone dello stesso sesso? E’ sempre amore e l’amore dovrebbe essere una cosa bella, non una cosa brutta da vietare.
  • La vecchiaia Io voglio che diventiamo vecchi insieme. Non voglio che tu sei vecchia e io resto giovane. Dobbiamo invecchiare e morire insieme. Lo stesso giorno, così non soffriamo.img_9705

OTTO IN CUCINA, L’OPEN DAY CHE FA VENIRE VOGLIA DI CUCINARE

Più spaesato di un cinese alle primarie del PD, ci sono solo io alla presentazione dei corsi di cucina.

Tuttavia, se ad organizzarli è l’associazione enogastronomica Otto in Cucina  , le cose cambiano assai. Perché quando senti parlare di arte culinaria con una tale passione e quando constati il clima gioviale, affettuoso e allegro che aleggia tra i docenti e i corsisti, capisci che dietro c’è molto più di una lezione gastronomica.
Mi è stato sufficiente intervistare la Presidente, Simona Guerra, all’Open Day organizzato per presentare il calendario dei corsi per la stagione 2016/2017, per capire quali sono i punti cardine di una buona organizzazione.
Da un lato la scelta di avere più docenti, ognuno esperto in una specifica disciplina per garantire la massima competenza e professionalità; dall’altro, quella di limitare il numero dei corsisti a otto in modo da poterli seguire in maniera più attenta in ogni fase del lavoro. La decisione di avere solo otto corsisti, peraltro, fa sì che si crei un ambiente familiare e conviviale tra i gruppi ed è frequente che nascano amicizie (anche degli amori – giusto per fare del gossip -) e che alcuni gruppi, dopo, si frequentino anche al di fuori delle cucine. E questo nonostante il target dei partecipanti sia molto variegato.
L’empatia che si crea all’interno dei corsi l’ho vista ieri sera negli occhi lucidi di Simona Guerra mentre mi raccontava dei ragazzi conosciuti alle ultime lezioni e di come alla cucina si siano mischiati vita e sentimenti che hanno portato ad un arricchimento di emozioni reciproco.

Se siete curiosi questo è il loro bel sito: http://www.ottoincucina.it

Organizzano sia corsi di cucina base che corsi più specifici a prezzi assolutamente competitivi (i costi li trovate tutti indicati) che li rendono appetibili anche come idea regalo per amici e parenti appassionati di cucina.

Una piccola curiosità: organizzano anche corsi per bambini dai sei anni in su.

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Associazione enogastronomica Otto in Cucina
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Con la Presidente Simona Guerra
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I docenti Chef Alessandra Cavazzi e Chef Giampiero Le Pera

 

LA RIAPERTURA DELLA SCUOLA NON E’ UNO SPORT PER SIGNORINE:GUIDA SEMISERIA DI SOPRAVVIVENZA

Mancano pochissimi giorni alla riapertura della scuola e i nostri cari adorati bambini, i nostri pezzi di cuore, le nostre meravigliose creature che dal lontano, lontanissimo giugno ci stanno attaccati alle gambe come cozze allo scoglio, finalmente si toglieranno dalle scatole!
Perché diciamolo: saranno pure pezzi di cuore, saranno anche la luce dei nostri occhi ma dopo tre mesi di urla, disordine, tv accese e “dimmi perché no!”, il caro ufficio ci sembra lo Shangri-la.
Tuttavia nemmeno l’anno scolastico è una passeggiata di salute soprattutto per noi mamme, che oltre al “solito” pacchetto casa-lavoro dobbiamo accollarci pure i compiti, le attività extra-scolastiche e le assemblee dei genitori.
Ho pensato quindi che sarebbe stato utile redigere una guida di sopravvivenza in grado di aiutare coloro che quest’anno entreranno nel magico mondo della scuola elementare.

1. PUNTARE LA SVEGLIA IL PIU’ TARDI POSSIBILE

Capisco che vi possa sembrare ‘estremo’ ma credetemi, qualunque cosa facciate, organizziate, incastriate affinché tutto, da quando suona la sveglia a quando si esce di casa, fili liscio, voi sarete sempre, costantemente, inesorabilmente in ritardo.
Al bambino scapperà la cacca mentre voi chiamate l’ascensore; vi accorgerete di una macchia/buco/padella d’olio nella maglietta preferita del pargolo ma per cambiarla nasceranno discussioni interminabili perché se la creatura aveva deciso di andare a scuola con la t-shirt dell’Uomo Ragno è inconcepibile, nel suo universo, che debba andarci con la maglietta di Hulk; solo una volta arrivati in garage vi accorgerete di aver dimenticato in casa le chiavi della macchina o la merendina del bambino o proprio il bambino.
Questi sono solo alcuni dei contrattempi che ogni mattina (e quando dico ogni mattina intendo ogni singolo giorno di scuola da settembre a giugno) vi capiteranno, perciò, datemi retta, dato che sarete sempre e comunque in ritardo, non sottraetevi ore preziose di sonno: riposate più che potete.

2. DOTARSI DI MEZZO DI TRASPORTO IDONEO

Se pensate che raggiungere l’ingresso della scuola sia la cosa più semplice, beh, state notevolmente sottovalutando la questione.
Noterete presto che tutte le scuole, inspiegabilmente, sono state edificate nelle strade più impervie della città: quella più comoda si trova in una via fatta a L, a senso unico e con svariati esercizi commerciali con intensa attività di carico/scarico.
Pertanto un adeguato mezzo di trasporto è fondamentale. E’ adeguato il veicolo in grado di affrontare: nonni con la Panda che pur arrivando in anticipo poi bloccano il traffico nel compiere tra le trentacinque e le quaranta manovre per posteggiare l’auto; le eco-mamme in bicicletta con due/tre figli a bordo che fanno lo slalom tra il marciapiede e le auto; le milf incarognite col Suv che asfaltano chiunque si pari davanti costituendo un ostacolo al loro appuntamento delle nove dal parrucchiere; camion a rimorchio convinti di essere una Smart.
Non va meglio a chi, avendo la scuola vicino a casa, può permettersi di andare a piedi. Deve vedersela con: padri in giacca e cravatta già incazzati (ai professionisti, si sa, piace partire col giusto atteggiamento già da casa) che portano i figli in scooter percorrendo il marciapiede e parcheggiando praticamente sui piedi della bidella; bambini di quinta elementare che corrono con i loro zaini-trolley da 185 chili amputando caviglie e lesionando tendini a chiunque si pari davanti; neo mamme con i bebè che pretendono di passare davanti a tutti a colpi di carrozzina nei reni.

3. FARSI AMICHE TUTTE LE MAMME DELLA CLASSE

Lo so è durissima, tra quella che “mio figlio è un genio”, quella che per farla smettere di parlare bisogna abbatterla e quell’altra col foulard al collo e l’aria “Fosse stato per me avrei mandato mio figlio alla privata invece mi tocca venire qui in mezzo al volgo”, preferireste ingoiare la valigetta dei regoli.
Ma vi accorgerete presto di quanto sia importante avere un buon rapporto con le mamme, soprattutto quelle che la mattina hanno tempo per fare capannello davanti alla scuola. Loro governano il mondo: decidono riunioni, gite, corsi extra-scolastici, raccolgono fondi, distribuiscono inviti, aggiornano su eventuali scioperi, ritardi, assenze, supplenti.
Senza considerare le volte in cui il pargoletto sbaglierà a scrivere i compiti sul diario o sarà assente da scuola: le altre mamme diventeranno la vostra unica àncora di salvezza.

4. FINGERSI MORTI DURANTE L’ELEZIONE DEL RAPPRESENTANTE DI CLASSE

Il momento più temuto da ogni genitore è l’elezione del rappresentante di classe. Se pensate che la soluzione sia non presentarsi nemmeno alla riunione sappiate che, assentandovi, firmereste la vostra condanna a morte e vi ritrovereste eletti all’unanimità.
A nulla varranno le vostre scuse perché sono le scuse di tutti: il lavoro che impegna tutto il giorno, la casa da ristrutturare, la separazione, la morte del gatto. Piuttosto che ricoprire quel ruolo, ogni genitore preferirebbe guardare una puntata intera di Pomeriggio 5. Forse.
La vostra unica speranza è che nel gruppo di genitori ci sia quello che dalla prima elementare alla quinta liceo è stato un secchione di prim’ordine ma poi, per vicissitudini varie, non ha mai fatto carriera e quindi cerca il suo riscatto sociale ricoprendo ruoli di pseudo potere, dal rappresentante di classe all’ausiliare del traffico. Ecco lui si offrirà volontario e lo farà per tutti i cinque anni: sarà pignolo e rompiscatole, praticamente perfetto.

5. NON ENTRARE MAI, PER NESSUNA RAGIONE AL MONDO, NEL GRUPPO DI CLASSE WHATSAPP

L’idea nascerà con i migliori intenti: passarsi rapidamente informazioni utili relative alla scuola. Tuttavia dovete tenere presente che stiamo parlando di circa una ventina di donne che ogni giorno vorranno dire la loro su qualsiasi cosa, dalla scelta della mensa di mettere la mela al posto del kiwi a fine pasto, all’inadeguatezza della carta igienica a due veli.
Una pioggia di notifiche che nemmeno Belen se rendesse pubblico il numero del suo cellulare.
A ciò si aggiunga che le donne non riescono a troncare una qualsiasi conversazione senza un minimo di divagazione pertanto la cosa più normale che possa accadere è che partendo da una richiesta di chiarimento sull’esercizio di matematica di pag. 12 vi ritroviate nel giro di una cinquantina di risposte, la ricetta della crostata alla crema, il telefono di un bravo osteopata, l’indirizzo del negozio Amici Cuccioli che ha in offerta i croccantini del gatto.
Datemi retta, se vi aggiungono al gruppo classe WhatsApp, abbandonate il gruppo, eliminatelo, spegnete il cellulare, distruggere la batteria, fingetevi morti.

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ORIGANO MON AMOUR

Ho trascorso le estati della mia infanzia in meridione.

Gli odori e il gusto sono i due sensi che mi riportano immediatamente a quei giorni.
L’origano è il pane col pomodoro che mi faceva nonna per merenda o il pomodoro spaccato con sale e olio.

Ogni volta che scendo al Sud devo assolutamente comprarne un mazzetto. Poi lo appendo al muro esterno di casa come faceva la nonna e anche se vedo i colli bolognesi anziché le isole Eolie mi sembra di stare lì, a casa sua, il posto più caldo e accogliente del mondo.

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BOLOGNA TRA LE DIECI CITTA’ IN CUI SI MANGIA MEGLIO AL MONDO, PAROLA DI TELEGRAPH

Possiamo dichiarare senza timore di smentita che Il Telegraph ami moltissimo Bologna. Dopo averla consigliata come meta turistica e aver dichiarato che «è la migliore città per imparare l’italiano, perché le persone sono cordiali, non ci sono tanti turisti come Roma e Firenze, ma soprattutto perché ci sono ottimi corsi dove prendere lezioni» (qui potete trovare l’articolo http://www.telegraph.co.uk/travel/artsandculture/8752765/Italy-Language-lessons-in-Bologna.html ), qualche giorno fa ha inserito la città al settimo posto tra le dieci in cui si mangia meglio al mondo.

«Bologna è conosciuta come ‘La Grassa’, ‘The Fat One’”, per il suo cibo tra i migliori della nazione. Piena di negozi di alimentari, mercati di strada offre una fantastica gamma di opzioni per mangiare, da ristoranti raffinati a semplici trattorie» (http://www.telegraph.co.uk/travel/food-and-wine-holidays/The-worlds-best-cities-for-foodies/foodu-bolog-d3t3kb/)

Unica città italiana in classifica, nonostante le modeste dimensioni e nonostante non sia tra le mete turistiche più conosciute all’estero, possiamo dire che Bologna fa la sua grassa figura in mezzo a grandi capitali quali New York, Londra, Tokyo, Bangkok e Lima, per citarne alcune.

Io a ragù e mortadella ci sono cresciuta e sarei di parte ma ora che anche gli inglesi – sinceramente un po’ snob in quanto ad elargizione di riconoscimenti – hanno scoperto la nostra tradizione culinaria, possiamo affermare con orgoglio che non ce n’è per nessuno!

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La lasagna
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La mortadella

 

BOLOGNA E LA SCARAMANZIA

Se chiedete ai bolognesi se sono superstiziosi, la maggior parte di loro vi risponderà “Non lo sono ma…”. Esistono infatti alcuni riti scaramantici che anche i più scettici rispettano.
La maggior parte delle superstizioni arriva dall’epoca medioevale ed è legata in particolare all’università che, come saprete, è la più antica d’Europa.
Salire sulla Torre degli Asinelli (97 metri di altezza e 498 scalini), attraversare in diagonale Piazza Maggiore o leggere per intero la frase che campeggia davanti alla sede storica della facoltà di ingegneria compromette definitivamente la possibilità di laurearsi.

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Non tutti i gesti scaramantici però sono legati al mondo universitario. Ad esempio la scalinata che accompagna l’ascesa al santuario della Madonna di San Luca, lunga 300 metri, non va percorsa rimanendo sempre sotto il suo porticato. La motivazione va ricercata nel fatto che i portici della scalinata sono 666 ed il numero non è casuale.
A San Luca è legata un’altra superstizione questa volta relativa all’amore. Pare infatti che salire in coppia porti sfortuna pertanto se si vuole che la relazione continui è meglio evitare di godersi il meraviglioso tramonto che si gode nei giorni estivi dalla vetta del santuario.

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Verità o sciocchezze? Chi può dirlo? Sono salita sulla Torre degli Asinelli quando ero studente universitaria eppure mi sono laureata a ventiquattro anni. Conosco però un paio di coppie che sono state a San Luca e poco tempo dopo si sono lasciate.
Si sarebbero divise lo stesso? E’ probabile ma perché rischiare?

[N] VITE, UN SOGNO REALIZZATO

La scorsa estate ho iniziato a scrivere. Avevo provato altre volte ma non ero mai riuscita a concludere una storia. Questa volta, però, era diverso. Avevo tempo e non mi costava fatica rimanere alzata fino a tarda notte ma, soprattutto, non mi costava fatica pensare a cosa scrivere. Le parole prendevano forma da sole, come se qualcuno me le dettasse.
Le storie sono diventate racconti e quei racconti sono rimasti chiusi dentro un file senza titolo e senza ambizione.
Pensavo di pubblicarle sulla mia pagina Facebook ma qualcosa mi frenava. Non era come le altre volte, non erano semplici post. Erano le mie sensazioni, i miei ricordi, le mie emozioni.
Ho pensato alle volte in cui ho ritrovato dei miei post copiati su bacheche di sconosciuti. Non me ne è mai importato molto ma questa volta sarebbe stato diverso. Non avrei potuto sopportare di vedere ciò che avevo scritto usato e abusato da altri senza alcun tipo di sentimento o rispetto.
Così è rimasto tutto racchiuso in quel file fino a quando, un giorno, distrattamente, ho letto che una casa editrice stava cercando dei racconti per farne un libro.

Il 7 marzo 2016 quel libro, intitolato N Vite ( www.gemmaedizioni.it ), è uscito in libreria e tra i racconti che contiene, scritti da diversi autori, c’è anche il mio.
E’ un piccolo sogno che si realizza.
Non succede molto spesso.

{n}VITE Raccolta di Racconti AA.VV.

Ci sono infinite Vite.
Sono vite fatte di viaggi e di ritorni,
d’incontri e di abbandoni,
di amore e di coraggio.
{n} sta per ennesimo.
{n} sta per numero naturale
che parte da zero e tende ad infinito

http://www.gemmaedizioni.it

 

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Con Gemma Gemmiti fondatrice ed editor di Gemma Edizioni

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